Week End AREL a Torino, racconto e immagini

Alla scoperta di una Torino “stratosferica”

Testo a cura di Valentina Piuma e Francesca Zirnstein
Per l’organizzazione del weekend si ringraziano Manuela Bettiga, Valentina Cellamaro e Federica Gandolfi.

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Le immagini del weekend

Il racconto del weekend

Giorno 1:
Siamo arrivate alla spicciolata a Torino che ci ha accolto con un sole splendente e l’aria frizzante di una città circondata dalle montagne. Dopo un caffè in una delle piazze storiche di Torino e, ci siamo riunite e dirette con un autobus alla prima tappa del nostro week end: il quartier generale della Lavazza.

Abbiamo “colonizzato“alcuni tavoli della mensa aziendale, aperta anche al pubblico. Proposta interessante e variegata.

Rifocillate a sufficienza siamo partire alla conquista del nuovo centro direzionale Lavazza, in compagnia delle nostre socie Valentina Cellamaro e Federica Gandolfi, che hanno contribuito ad organizzare la nostre giornate torinesi.

L’operazione ha avuto inizio nel 2008 con la decisione da parte della società di “investire” tempo, energie e risorse nella realizzazione della nuova sede.
Alcuni numeri per inquadrare l’operazione:

  • 15.000 mq di uffici su una superfice dell’isolato di 18.500 mq;
  • 1.600 mq di museo e archivio storico;
  • 6.600 mq di spazio multifunzionale (4.000 mq destinati ad area eventi, bistrot, ristorante gastronomico, sale congressi e 2.600 mq che ospitano lo IAAD con 450 studenti);
  • 3.500 mq di piazza verde;
  • 130 milioni di € di investimento, attraverso un leasing in costruendo che permetterà alla società di ripagare l’investimento in 16 anni.

L’ex-area industriale Enel, una grande superficie in disuso, è apparsa lo spazio ideale, ed è stata oggetto di recupero in collaborazione con le istituzioni locali e dei cittadini. In questo contesto la nuova sede si è sviluppata come una Nuvola su un intero isolato della città di Torino, tra via Bologna, largo Brescia, corso Palermo e via Ancona, coprendo una superficie totale dell’isolato di poco inferiore ai 20.000 mq.

Dopo un concorso di idee che ha visto coinvolti quattro studi di progettazione, è stato scelto il progetto proposto da Cino Zucchi Architetti. Il masterplan dell’intervento ha compreso non solo la nuova sede con tutti gli uffici Lavazza e i servizi ricreativi ad essi connessi, ma anche il recupero di due edifici industriali preesistenti.

In uno verrà ospitato il museo aziendale dedicato alla storia del marchio, curato da uno studio di architettura specializzato nella realizzazione di musei d’impresa. L’altro, invece, è uno spazio multifunzionale attualmente già utilizzato in parte come mensa aziendale aperta al pubblico, in grado di proporre un’offerta gastronomica variegata che spazia dallo street food, alla cucina tradizionale e al vegetariano. Nei prossimi mesi vi aprirà anche un ristorante sotto l’egida dello chef stellato Ferran Adrià, con la scenografia di Dante Ferretti, che potrà anche essere utilizzato per grandi eventi. L’edificio ospita anche lo IAAD, l’istituto di arte applicata, che come gli altri immobili affaccia su una grande piazza-giardino aperta all’uso collettivo.

Le fasi della realizzazione dell’intervento sono partite dalla demolizione dei manufatti, in parte interrati, di archeologia industriale presenti sul sito e dalla parziale manutenzione di alcune porzioni delle preesistenze. L’operazione, effettuata in stretto coordinamento con la Soprintendenza dei Beni Architettonici e Paesaggistici del Piemonte, è stata seguita dalla bonifica del sottosuolo. per raccordare l’area dell’intervento al parcheggio pubblico interrato di circa 180 posti auto.

Nel corso dei lavori, nell’area tra Corso Palermo e via Ancona, è stata ritrovata la Basilica Paleocristiana di San Secondo martire, emersa a seguito della demolizione del preesistente capannone. I pilastri dell’edificio, quindi, poggiano su micropali mentre le antichità sono protette da una struttura metallica e da una vetrata che rende visibili gli scavi dal marciapiede.

All’imbrunire, ci siamo dirette a passo spedito verso il Campus Einuadi nel quartiere Vanchiglia nella zona degli ex gasometri. Federica, ci ha introdotte ai nostri due ciceroni per la visita al campus: Eugenia Comparetto che ai tempi dell’esecuzione del progetto aveva seguito per conto dello Studio Camerana & Partners la realizzazione della biblioteca, uno degli edifici all’interno del Campus e Mauro Consani, responsabile Area Servizi Logistici del Polo universitario.

All’ingresso del Campus, il toro in legno realizzato da Mario Ceroli in occasione della trasformazione del Lingotto da impianto industriale a centro di servizi, donato dalla Fiat al Campus Luigi Einaudi.

Circa 45.000 mq di superficie, 14.000 mq di verde, 70 aule per 8mila studenti, 5 biblioteche riunite in una per un totale di oltre 620.000 volumi, 400 posti letto, il tutto per un investimento complessivo di 135 milioni di euro. Il Campus Luigi Einaudi è stato inaugurato il 22 settembre 2012 ed è sede dei Dipartimenti di Scienze Politiche e Giurisprudenza.

Un complesso di sette edifici immersi nel verde che si affacciano su una grande piazza circolare (grande quanto la vicina Piazza Montebello). Ma la suggestione è di un unico edificio, grazie alla copertura luminosa del tetto sospeso, elemento architettonico unificante, visibile e riconoscibile dai punti panoramici della città.

Il progetto ha la firma di un gruppo di affermati professionisti e studi torinesi, coordinati da Tecnimont Civil Construction sotto la direzione dello studio Foster &Partners di Londra.

Molta attenzione è stata data all’uso di materiali a basso impatto ambientale privilegiando, ad esempio, i prodotti in legno: dal soffitto (carabottino) della biblioteca realizzato in essenza di ajus, alla pavimentazione della sala laurea dove è stato scelto il bamboo.

La copertura del tetto, oltre ad essere un elemento architettonico di grande impatto visivo, si ispira ai criteri del solar design: i suoi lati sporgenti garantiscono la compensazione ottimale tra soleggiamento e ombreggiamento sulle facciate.

Questa strategia ha permesso il ricorso alle grandi vetrate e la sistemazione di postazioni di lavoro-studio in affaccio diretto.

La comunicazione visiva con l’ambiente esterno (la piazza alberata del Campus o il fiume Dora) è garantita da facciate in vetro che si sviluppano linearmente per oltre un chilometro ad ogni piano.

Il fiore all’occhiello dell’intervento è il nuovo polo bibliotecario, oltre 26 chilometri di scaffali, circa 620.000 volumi su una superficie di circa 10.000 mq: il nuovo polo bibliotecario intitolato a Norberto Bobbio riunisce 5 biblioteche.

Con i suoi 950 posti a sedere, molti dei quali con affaccio diretto sulle vetrate e la vista sul fiume Dora, la nuova biblioteca è un luogo di aggregazione oltre che di consultazione, ricerca e studio. La nuova collocazione a scaffale aperto accoglie la maggior parte dei volumi, mentre una parte è composta da un prezioso patrimonio di volumi antichi, rari e fondi di pregio, che è conservato in condizioni particolari di sicurezza e climatizzazione.

Il Campus nasce grazie al recupero dell’area Nord Orientale di Torino, tra Lungo Dora Siena e Corso Regina Margherita, la così detta zona ex Italgas, utilizzata per lavorazioni industriali ad alto impatto inquinante, in totale dismissione ed in stato di forte abbandono.

Il primo passo nella attuazione del nuovo polo universitario sull'area ex Italgas è la realizzazione della Palazzina per la didattica, intitolata a Luigi Einaudi e inaugurata nel 2002. L’assegnazione a Torino dei XX Giochi Olimpici invernali del 2006 è stata l’opportunità che ha fatto da volano per la trasformazione sia della città sia dell’Università, tanto che nell’area ex Italgas è stato realizzato il villaggio media, dopo i Giochi convertito in residenza universitaria: quattro palazzine per un totale di 280 camere. Il complesso è collegato al territorio circostante grazie alla costruzione di una passerella sulla Dora Riparia.

E per concludere la giornata, chi a piedi e chi con il tram che transita in via Po – una delle vie storiche della città di Torino illuminate dalle tradizionali “Luci d’Artista” - un’interessante pausa per apericena nella bellissima e centralissima sede del Circolo dei Lettori, a cui hanno partecipato oltre alle socie amici torinesi felicissimi di avere AREL nella loro città.

Chiacchiere senza sosta, sulla giornata trascorsa e su cosa ci avrebbe aspettato il giorno successivo, e ci hanno accompagnate fino a tarda notte. Un saluto e ci si vede per la seconda giornata del nostro week end.

Giorno 2:
Ben rinfrancate dal riposo notturno nella originale e bellissima location dell’aparthotel del quartiere San Salvario, ci siamo avviate alla scoperta del centro storico di Torino.

Lasciata alle spalle la stazione di Porta Nuova abbiamo percorso i portici di via Roma, esempio del razionalismo degli anni 30, per poi addentrarci nel salotto della città, ovvero Piazza San Carlo dove la cornice torna ad essere quella del barocco. Superata Piazza San Carlo e dopo una deviazione alla affasciante Piazza Carignano ci siamo godute un caffè in uno dei più storici caffè torinesi il “Baratti & Milano” dove in un’atmosfera ovattata, ci siamo preparate per l’interessante incontro con Giulietta Fassino all’Urban Center, a ridosso del palazzo di città dove Giulietta ci ha brillantemente illustrato la trasformazione della città a partire dal 1982 identificato come milestone perché corrisponde al momento in cui la Fiat decise di dismettere la sede storica del Lingotto.

In primis, Giulietta ci ha raccontato la genesi dell’Urban Center di Torino nato dalla volontà della città di Torino e della Compagnia di San Poalo di dotarsi di un city architect in grado di coordinare i principali processi di trasformazione urbanistica che la città stava affrontando dopo la crisi del modello economico manifatturiero.

Dal 2014, il ruolo dell’Urban Center si è concentrato sull’attività di comunicazione, informazione dei cittadini e degli altri stakeholder sui principali progetti di trasformazione.

Dopo l’inquadramento del ruolo dell’Urban Center, Giulietta ci ha illustrato gli elementi caratterizzanti la città di Torino. In primis, la Corona Verde costituita dalle residenze sabaude che la circondano e che sono state oggetto di riqualificazione a partire degli anni ’80. Inoltre, grazie ad una serie di mappe dettagliate è stato possibile vedere come la città a partire dalla cittadella a stella si sia sviluppata, grazie al sistema manifatturiero a Nord e ad Ovest. La filiera industriale legata al sistema Fiat ha lasciato dopo gli anni ’80 numerosiedifici che necessitano di riqualificazione e rigenerazione urbana. La storia moderna della città, contrariamente a quanto accaduto in altre realtà italiane, ha messo a disposizione grandi quantità di spazi ancora da riconvertire, tanto da non avere un problema di consumo di suolo, ma di lavora sull’esistente. Inoltre, il sistema infrastrutturale ferroviario, nato a servizio del mondo industriale, rappresenta oggi un’opportunità. Il documento principe per il processo di trasformazione è il Piano Regolatore del 1995 redatto dagli architetti Gregotti e Cagnardi che individua tre interventi centrali per la trasformazione della città: la Spina Centrale, Corso Marche e l’Asse del Po.

La Spina Centrale: L’area, un tempo occupata dal passante ferroviario di Torino a servizio del sistema manifatturiero torinese è stato oggetto di una riorganizzazione a livello urbanistico, con la realizzazione di un boulevard - viale della Spina - progettato sul sedime della vecchia ferrovia e la riqualificazione dell'intera area circostante. L’intervento nel suo complesso si caratterizza per quattro differenti parti, dove si trovano anche importanti edifici del panorama torinese come ad esempio la nuova stazione di Porta Susa, il grattacielo Intesa Sanpaolo progettato da Renzo Piano e le Officine Grandi Riparazioni.

Corso Marche: il progetto che riguarda l’asse intermodale racchiude le idee di raccordo ferroviario, tangenziale interna, boulevard superficiale rispettivamente uno al di sopra dell'altro, ma non è stato ancora realizzato.

Asse del Po: Il progetto riguarda la rifunzionalizzazione di una parte della città che raggruppa tre elementi caratterizzanti:

  1. Il Parco Storico del Valentino, il cui progetto originario risale al 1865 e ampliato nel 1912 anche per consentire l’inserimento dei grandi contenitori espositivi permanenti.
  2. Il Castello del Valentino, già riconosciuto come patrimonio dell’Unesco e nodo del sistema delle Residenze sabaude.
  3. Il Palazzo di Torino Esposizioni, esempio del moderno riconosciuto a livello mondiale e di valore tale da meritare di essere incluso esso stesso nella World Heritage List.

La riqualificazione dell’area rappresenta un altro importante esempio di collaborazione tra la città e il mondo della formazione e della ricerca.

Anche se l’amministrazione attuale non condivide la linea di intervento caratterizzato le amministrazioni precedenti, l’Urban Center ha recentemente collaborato alla realizzazione di una “mappa” per gli investitori internazionali interessati ad investire a Torino.

La mattinata si è conclusa con la pausa pranzo presso “E’Cucina|Cesare Maretti” nella parte più liberty del capoluogo piemontese.

Nel pomeriggio abbiamo proseguito per la Fondazione Giovanni Agnelli che, dopo mezzo secolo di vita, ha rinnovato la propria storica sede di via Giacosa.

L’edificio rappresenta un simbolo della storia di Torino e della sua evoluzione, la rifunzionalizzazione ha quindi conservato la struttura, integrandola con nuove parti e nuove attività.

Il progetto è firmato da Carlo Ratti Associati e si basa sulla volontà di definire nuovi obiettivi per Torino e per i torinesi “individuando nell’innovazione e nell’imprenditorialità due ingredienti base per il futuro”.

Oggi la Fondazione è uffici, laboratori, spazi di coworking e incubatore di impresa, luoghi per la ricerca dove promuove e realizzare studi, analisi e sperimentazioni in campo educativo.

E dopo aver provato le aree conviviali della zona dedicata al lavoro condiviso ci siamo dirette verso le nuove Officine della creatività, tecnologia, arti, linguaggi del contemporaneo e ricerca. Le OGR, Officine Grandi Riparazioni, sono un edificio di archeologia industriale nel cuore del capoluogo, a pochi passi dal Politecnico e dal grattacielo di Intesa Sanpaolo, disegnato da Renzo Piano, luogo della nostra successiva tappa, che hanno riaperto a inizio autunno dopo tre anni di restauro e cento milioni di euro investiti.

Le più antiche officine ferroviarie italiane vennero realizzate a Torino, intorno alla metà dell’Ottocento, in concomitanza con la realizzazione delle linee di collegamento con Genova e con Novara.

“In base alle esigenze della produzione e della consegna dei materiali, erano state impiantate nella zona di Porta Nuova e in quella di Porta Susa, incontrando, però, inconvenienti sempre più gravi poiché la crescita della città rendeva via via più centrali ed abitate quelle zone. Per questi motivi e per l’accresciuta necessità di spazio dovuta all’aumento della produzione, il consiglio di amministrazione della Ferrovie Alta Italia decise di spostare gli impianti riunendo al tempo stesso le due officine in un’unica struttura.

La zona che venne scelta, tra l’attuale via Boggio e la Ferrovia, era lontana dall’abitato all’inizio dei progetti ma alla fine dell’Ottocento, quando le Officine Grandi Riparazioni entrarono in funzione, risultava già circondata dalle case.”

Persa la loro funzione produttiva, sono state riqualificate e restituite alla città da Fondazione CRT.

Molti studiosi ma anche semplici avventori stanno ancora decidendo come “considerare” l’opera. Per noi l’impressione è stata unitamente positiva e abbiamo passato quasi un’ora chiacchierando di Associazione e progetti futuri sulle sedute poste all’ingresso.

Con la scusa di un aperitivo ci muoviamo al tramonto dalle OGR verso il nuovo centro direzionale Intesa Sanpaolo, che svetta per 166 metri d’altezza, per visitare parte degli spazi interni non aperti al pubblico nel fine settimana.

La vista su Torino ci è apparsa in tutta la sua bellezza allo sbarco al 37esimo piano. E così la sera del secondo giorno è scivolata in un’atmosfera allegra e piacevole, provando cocktail sperimentali, ammirando il giardino bioclimatico, passeggiando sul camminamento sospeso sui lati del palazzo, a ridosso delle vetrate a tutta altezza.

Domenica è sempre un po’ strana. C’è ancora molto da fare e condividere ma con un senso di provvisorietà, perché il tutto volge al termine.

Con l’autobus 68 raggiungiamo via Regaldi, a pochi passi dal cimitero Monumentale, dove nell'agosto 1998, con l’idea di lavorare sulle parole e sulle immagini in modo evocativo e contemporaneo, nasce Bellissimo (www.bellissimo1998.com). Un grande spazio aperto, dove si opera, immersi nella luce. Incontriamo Luca Ballarini, fondatore della società Bellissimo e ideatore di #Torinostratosferica (www.torinostratosferica.it).

#Torinostratosferica, istituita formalmente come associazione culturale a partire dal 2016, ha l’obiettivo generale di promuovere il city imaging. Il metodo di Torinostratosferica è per definizione sperimentale, basato sull’incontro tra discipline, e si compone di laboratori collettivi con esponenti delle diverse culture del contemporaneo, secondo fasi di analisi e brainstorming orientate a proiettarsi oltre l’esistente.

E sperimentale diventa la nostra mattinata, con presentazione di Ballarini, interventi delle socie AREL, analisi della mostra di immagini, sintesi di e riflessioni sul futuro, anche utopistico, della città.

Mezzogiorno arriva in fretta, c’è ancora tempo per un brunch prima di ripartire, e anche per un’ultima domanda al nostro ospite, “perché il nome bellissimo?” “Perché è un termine conosciuto ovunque, in ogni paese, per chiunque lavori se una cosa piace molto ti dice bellissimo”.

Quindi, per finire, che bellissimo weekend!

 

 

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