Business ai tempi del coronavirus, D2U - Design to Users

di Laura Renda

Care socie,
sono Laura, un ingegnere di 40 anni.

Laureata a pieni voti, una di quelle ragazze studiose delle prime file, quelle di cui anche i più scalmanati degli ultimi banchi non potevano fare a meno, una di quelle che scriveva appunti con calligrafia pulita e chiara perché anche loro – gli scalmanati – potessero giovarne. Ho sempre avuto a che fare con i numeri, con la programmazione, con l’individuazione delle priorità. Ho gestito commesse complesse, diretto cantieri impegnativi e mi sono interfacciata con clienti dalle personalità più disparate. Tutte queste premesse non per farmene vanto (chi mi conosce lo sa, sono l’antitesi dell’egocentrismo), ma solo per dire che mi sembrava di avere delle buone basi per poter affrontare questo periodo nel migliore dei modi. Sembrava.

Eh già, perché particolare non di poco conto, faccio parte di quelle nuove eroine del nuovo millennio che oltre a lavorare hanno avuto la meravigliosa idea di essere mamme; e più specificatamente di un ruspante seienne e una signorina ottenne alle prese con le prime complesse domande esistenziali che della DAD avrebbero fatto volentieri a meno. Ecco, a distanza di ormai 3 mesi dal lontano 24 febbraio in cui hanno chiuso le scuole posso dire di aver affrontato uno “cantieri più tosti” della mia vita.

Ripercorro con voi una giornata tipo: sveglia all’alba per lavorare in serenità, accesso alle piattaforme per cercare nei luoghi più reconditi quali compiti effettuare con una grande flessibilità di consegna, stampa tutto, fai un programma, sessione di contrattazione con il marito su chi ha il diritto di prendersi la camera adibita ad ufficio, pianificazione ad incastro delle reciproche call, sveglia i pargoli, connetti uno alla videolezione e convinci l’altro ad iniziare i compiti.
Pranzo. Cioè, più un rancio in serie, di quelli “avanti il prossimo” con Simpson nelle orecchie, tentativi di capire che succede nel mondo, non capirlo, caffè e si riparte.
Fai le foto, invia i compiti, tenta di dare dei giusti stimoli di gioco, magari da fare insieme, ma l’idillio del gioco a due si trasforma in un incontro di wrestling degno delle migliori battaglie tra Andre de Giant vs Hulk Hogan (sì qui c’è lo zampino di mio marito, ma d’altra parte, un’altra cosa che abbiamo capito in questa quarantena, è che la privacy non esiste più).
A questo punto, le soluzioni intraprese sono tre: doccia rilassante dei bollenti spiriti, giardino per ossigenare i cervelli (mascherina, distanziamento sociale con i vicini, con tanto di siepe e recinzione divisoria) o un lobotomico tablet per avere la garanzia di successo e sapere che il silenzio regnerà sovrano. Perché si… il loro amato baccano e l’adorata parola Mamma… diventano un incubo quando hai gare in scadenza, call da fare e mail da scrivere. Per cui oltre a fare appello ad un isolamento dei padiglioni auricolari che non sentirebbero neanche l’allarme di casa e velocità di battitura da far infuocare i tasti, non sai più che altro Santo invocare. “Santo Tablet sedali per noi” e poco importa se hai impiegato gli ultimi 8 anni della tua vita a convincerti che, no, il tablet e la tecnologia in genere non fossero la soluzione.
Ed è qui che mi sono fermata a pensare alla mia casa ideale per questo periodo e ho individuato dei plus che avrebbero alleggerito il momento, anche se lo avrebbero reso meno pittoresco.
Stanze ad altissimo isolamento acustico, una sorta di camera anecoica con white noise capace di estraniarti da tutto e tutti. Porte blindate… perché Loro sono capaci di aprire qualunque porta, degni compari di Lupin, anche nel bel mezzo della riunione della vita. Lavastoviglie intelligenti capaci di caricarsi e svuotarsi da sole e qualsiasi altra domotica che potesse sostituire la routinaria attività domestica che ho iniziato ad odiare.
Pavimento autopulente ed elettrodomestico a tre teste lava-asciuga-stira come una grande figura mitologica del nuovo millennio. Certo, si perderebbe l’effetto scenico dai sapori western dell’ingresso in casa con la speciale accoglienza delle balle di fieno e l’invidiabile effetto peeling del capo incartapecorito stile vacanza in campeggio, ma non credo che ne sentiremmo più di tanto la mancanza.
Estraniandosi un secondo dalla sitcom quotidiana, sono certa che il modo di ri-pensare le abitazioni, la necessità di una maggior modularità degli spazi per una flessibilità quanto più necessaria, sarà alla base delle nuove proposte. Così come gli spazi dell’educazione. Scuole diverse, non più pensate come spazi confinati, limitati e limitanti, bensì come luoghi permeabili, con una stretta connessione con spazi aperti, visti non solo come luoghi di svago, ma con una nuova connotazione per un modo di apprendere nuovo e partecipato.
Mi è piaciuto scrivere di getto questa sorta di Diario, di condividere con voi qualche aneddoto delle mie giornate in cui sono certa che alcune di voi si rivedranno e di cui tra un po' sorrideremo insieme, in uno dei nostri bei aperitivi.
Stringo la mano ad ognuna di voi, che ha dovuto applicare le migliori doti di multitasking, problem solving, empatia, negoziazione e gestione del tempo, e che di diritto può aggiornare il proprio CV e metterle in bella evidenza, pronte per il prossimo colloquio.

https://www.youtube.com/watch?v=pj1pLIDayvo

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