No video selected.
La mia scrivania e il COVID 19.
Se mi avessero detto, due mesi fa, di scrivere un pezzo sullo smart working avrei sicuramente avuto da dire.
Ovviamente adesso che il Coronavirus incombe mi sono resa conto che di cose da dire ne ho ancora, ma sicuramente non le stesse.
Come è cambiata la mia professione dall’arrivo del virus ad oggi?
Durante i primi giorni di contagio mi sono allarmata. Molto.
A detta di molti in modo esagerato.
Ricordo perfettamente che quando ho comunicato alle due colleghe che ogni mattina prendono (più) mezzi pubblici per arrivare in ufficio che dal giorno seguente avrebbero dovuto lavorare in smart working da casa sono stata guardata maluccio. Ricordo di aver pensato “Ci sono persone che pagherebbero oro pur di non rischiare la salute e invece sono costrette ad andare al lavoro per paura di perdere il posto…”.
Sembrava quasi fosse una punizione.
Ho tentato di spiegare loro che la decisione era stata presa nell’interesse e a tutela di tutti, soprattutto per la loro incolumità, prima ancora che per il rischio di contagio. Però lo sguardo era quello di due persone che si sono sentite “allontanate” ingiustamente.
Un altro collega, povero, era tornato da poco dall’India. “Non ti offendi, vero, se mantengo distanze di sicurezza?”. Di nuovo quella spiacevole sensazione… come se fossi una pazza respingente e ipocondriaca.
La verità è che seguivo l’andamento cinese, e avevo presagito che non ce la saremmo cavata come al solito, con il menefreghismo tipico di chi vive un malessere solo tramite i media.
Siamo troppo globalizzati; il bene, e il male, si diffondono velocemente.
Ho iniziato a lavare le mani, e poi a ordinare mascherine, e gel, e amuchina per i pavimenti. Paranoica, forse, però facciamo così: manteniamo le distanze di sicurezza anche qui in ufficio, ragazzi. Dopotutto siamo fortunati, abbiamo gli spazi. E poi arrivano le strette dal governo. Il 10 marzo si decide di chiudere fisicamente l’ufficio, avremmo lavorato tutti in smart working. Che poi alla fine non cambia molto, tranne la gradita pausa caffè per fare due chiacchiere.
O che forse invece dei tacchi o i mocassini abbiamo tutti le scarpe comode. Che forse i miei colleghi maschietti possono azzardare un maglione, invece della cravatta. Eh sì, perché dietro a un video è concesso. Quasi fosse un accordo tacito. Io ho una fortuna impagabile, in questo momento: vivo e lavoro nello stesso palazzo. Questo comporta che fisicamente in ufficio ci vado, tutti i giorni. Solo che sono sola.Varco l’ingresso e attraverso stanze e corridoi e… sento solo silenzio. Mi sento un pò come un metronotte, di giorno. E di sera.
Arrivo alle 9 di mattina, esco di qui alle 8 di sera. Cosa cambia? nulla. I miei colleghi sono tutti con il pallino verde, nello schermo. So persino quando ci sono riunioni interne, lo capisco perché Tizio e Caio sono entrambi pallino rosso.
Noi siamo avvezzi alle piattaforme per condividere schermi, e ad utilizzare video conference call tra noi.
Abbiamo tutto nella rete: il nostro archivio, i contatti. Sono anni che non abbiamo una segretaria, perché ci affidiamo ai potenti mezzi messi a disposizione dalla tecnologia. Abbiamo gli interni sul nostro cellulare. Persino il centralino del numero di studio gira sui cellulari. Visti da Marte (che magari chiama ignaro del Covid) siamo aperti come al solito.
Utilizziamo e condividiamo tutti app per la scansione dei documenti, usiamo più di un sistema di file sharing e condivisione schermo.
Lavoriamo in team anche da remoto. Abbiamo persino imparato a parlare uno per volta.
Sono le 11, ragazzi, una pausa caffè. Ci riaggiorniamo tra 10 minuti.
Abbiamo una riunione con il cliente e gli altri consulenti alle 12:30.
Fate circolare il pin.
La riunione va piuttosto bene, sì ogni tanto cade la linea, ogni tanto penso “cavolo in video sembro molto più vecchia” o “mi devo tagliare i capelli”. Non sono abituata a vedermi così spesso! Chiedo sempre alla mia collega, quando condivide lo schermo, di togliere il mio faccione dal quadratino in alto.
Il lavoro prosegue.
Le giornate sono intense e con meno distrazioni.
Il silenzio è l’unica cosa un pò alienante, e forse ancora più ore davanti allo schermo del computer. Perdo la cognizione del tempo. Silenzio per le strade, silenzio in ufficio, silenzio davanti al telegiornale ogni sera.
Ai tempi del COVID, mentre c’è chi si annoia e ciondola dentro casa, io lavoro più di prima.
E’ una fortuna. Lo so.
Credo che la questione sia che ci occupiamo di Real Estate.
Faccio degli esempi…I progetti di sviluppo possono subire un arresto temporaneo, ma nella cornice di anni (per addivenire alla conclusione di un procedimento amministrativo) non sono due mesi che fanno la differenza.
Abbiamo clienti in difficoltà per gli aspetti collegati a locazioni (siano essi proprietari o inquilini).
Ci studiamo i principi di diritti sottesi all’impossibilità ad adempiere. Ho preso una posizione specifica al riguardo. Scrivo tante comunicazioni. Mi convinco della mia posizione seppure non ci sia giurisprudenza pregressa.
E meno male, dico io.
Vuol dire che dall’ultima guerra mondiale non abbiamo assistito a un fenomeno così impattante sul mercato, sulla società, sulla nostra salute e, non da ultimo, sui nostri umori.
Ma si va avanti.
Io faccio tutto ciò che è necessario affinché i miei clienti percepiscano che domani si ripartirà e con uno slancio propositivo intensissimo.
Perché sento la voglia di ognuno di guardare al futuro anche con ottimismo.
“Adesso, quando si potrà, andremo al Comune a parlare con il dirigente tal de tali e con questo progetto creeremo indotto anche nell’occupazione”.
Sì, perché da cosa nasce cosa.
Quindi io nel mio piccolo predispongo e deposito istanze, scrivo e ricerco. Redigo contratti, scrivo articoli.
MI confronto con la novità di lavorare così. E scopro che, alla fine, forse ogni tanto qualche riunione si potrebbe evitare.
Che forse gli spazi così grandi potrebbero non esistere.
O meglio…. sarebbe più saggio averli a casa piuttosto che in ufficio. La scrivania con il solo pc, e interscambiabile, è possibile.
Fosse che questo ci insegni ad avvicinarci alla “frugalità professionale”.
Nel frattempo, mentre il mondo professionale scopre nuove risorse (perché ciò è inevitabile, sia chiaro), divertitevi a navigare nella realtà della start up che in tempi non sospetti è nata dal nostro Studio e dalla fumante testa del mio capo ed esimio genitore… REDD - Real Estate Data and Documents (https://www.realestatedocumentsdata.com/)
Si tratta di servizi nell’ambito immobiliare, tutti online.
Servizi che oggi, ai tempi del Coronavirus, sono perfetti. Organizzi i tuoi documenti, effettui una verifica sulle difformità edilizie, avvii un dialogo online con un professionista. Richiedi servizi e impari a conoscere il tuo immobile.
Tutto dal tuo divano.
E i professionisti? a tua disposizione anche loro da casa, o da dovunque siano.
REDD è nato prima del COVID 19, ma mai come ora è strumento al passo con i tempi.
Io sento che ce la faremo, e consiglio a tutti di vedere il bicchiere mezzo pieno.
Primo perché l’alternativa è vederlo mezzo vuoto e ciò non sposta di una virgola il nostro oggi, e poi perché i libri di storia ci insegnano che dopo le grandi crisi è fisiologico assistere alle grandi rinascite. E io ci voglio credere.
Se volete possiamo scambiare qualche opinione davanti a un buon bicchiere. fate circolare la password di zoom e datemi un orario.
Un abbraccio.