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Care Amiche e Colleghe,
Spero che questo messaggio vi trovi bene e in salute. In questo momento drammatico, degno di una trama di un film surreale e fantascientifico fino a poche settimane fa, vorrei cogliere l'occasione per raccontarvi cosa stavo facendo prima che tutto il mondo si fermasse e, soprattutto, cosa mi piacerebbe fare dopo ... non come un guru, ma come Alessia Garibaldi. Tutto questo con la speranza che sia un comune spunto di riflessione per il nostro bellissimo gruppo di AREL.
Lunedì 24 febbraio avevo organizzato nel mio studio un evento sul well-being. Era successivo al week-end della moda e nell'aria già si respirava, ahimè, il terribile Coronavirus. But the show must go on... si dice così nel gergo del “fashion”, così il sabato prima andai a vedere un paio sfilate. Domenica mattina, i relatori che avrebbero parlato il giorno dopo di cuore (Enzo Manes di Fondazione Dynamo), anima (lo chef Enrico Bartolini), mente (la nostra Cecilia Hechtel) e corpo (Manuela Tesei di Effegibi) iniziarono a scrivermi, sempre più preoccupati, condividendo le notizie inquietanti che circolavano e che stavano letteralmente montando. A mezzogiorno di domenica decisi di annullare l'evento.
Ma il tema dell'evento non era casuale. Da tempo infatti, mi interrogavo non solo sul mio benessere personale (ero felice?), ma anche su quello del mio team e su quello dei miei clienti. Ho sempre amato il mio lavoro, con una passione e una dedizione totali, ma stavo lavorando ad un ritmo sempre più folle e il mio corpo iniziava a soffrire di questa cosa. Così, ancora prima che questo virus ci bloccasse tutte, avevo iniziato a ripensare a me stessa e al mio team, spostando l' interesse, precedentemente focalizzato solo sul risultato e sulla performance, più sul percorso e sulle persone,…i nostri famosi User...o stakeholders.
Mi interrogavo inoltre su come poter “umanizzare” la tecnologia, ma non intendo parlare di intelligenza artificiale, ma di noi come progettisti, ovvero di coloro che possono contribuire con la loro esperienza e intelligenza a creare un concreto valore aggiunto. Noi, rispetto ai super tecnici che masticano algoritmi, con una matita e tante idee in testa come dobbiamo relazionarci con la tecnologia? La tecnologia entra sempre più nei progetti, ne subiamo l'invadenza estetica. Personalmente sentivo che la tecnologia applicata al mio lavoro mi teneva troppo subordinata ad essa. Ci sono linguaggi troppo diversi tra loro, anche tra tecnici e tecnici… Così ho iniziato a capire anch'io cosa fosse un Bms, i big data, gli analytics, i beacon, i sensori, etc etc, e chi ne ha più ne metta! Che fatica e che pressione! Ho capito però una cosa fondamentale: se al centro di tutto non mettiamo l'uomo e i suoi valori non raggiungiamo alcun obiettivo. Dobbiamo imparare a parlare di innovazione tecnologica a servizio dell'uomo, a servizio del suo benessere.
Ora più che mai mi è chiara la risposta, la tecnologia ci consente di essere sempre collegati e la sua fruibilità è un elemento straordinario, che in questo drammatico momento ci consente di sopravvivere socialmente (smart phone, social media, piattaforme di conf call, etc).
Come sarà il mondo del lavoro dopo questa drammatica guerra? Ora abbiamo la possibilità di schiacciare il tasto RESET, perché il mondo si è impallato come il PC sovraccaricato di troppe informazioni, riavviamolo sul canale della sostenibilità con un ritmo che tenga conto dell'uomo e dei suoi valori. Noi professionisti dobbiamo progettare luoghi sicuri e prenderci cura delle persone che li abiteranno, attraverso nuovi sistemi tecnologici ma soprattutto attraverso il nostro cuore.
Non mi fa paura, il mondo che verrà sarà migliore. Ho appena rifondato lo studio e non ho più avuto paura di dargli il mio nome Garibaldiarchitects. Nonostante gli infiniti mezzi di comunicazione, ciò non toglie che ho voglia di rivedervi tutte.
Con affetto,
Alessia Garibaldi
“Occorre ritrovare l’altissima qualità… degli antichi paesi dove gli uomini si sentivano protetti in una solidale armonia, in cui ogni atto della vita era in rispondenza con gli altri, dove non c’era bisogno di distinguere il “tempo libero” dal “tempo schiavo”, perché il tempo del lavoro come quello dell’amore erano sempre tempi creativi, tempi umani”.
Ignazio Gardella, 1977